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Alessandra Lunghini

I nostri sensi: la guida più importante

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Lo studio InCentrum, lo spazio dove incontriamo quotidianamente i nostri pazienti, è un osservatorio privilegiato che ci permette di orientarci rispetto alle patologie dell’anima emergenti. Un male comune di questi tempi è l’infelicità, la mancanza di soddisfazione, il costante senso di vuoto che sembra non fare distinzione tra classi sociali, stili di vita o ambienti professionali frequentati. L’uomo moderno è il più ricco della storia, ma non è felice ed è incalzato da una nuova paura: teme di non andare bene, è in perenne e inefficace ricerca del modo giusto di apparire, amare, comunicare, essere. Dietro questa insicurezza c’è un vuoto profondo. È quello lasciato dai sensi, antica guida dell’uomo fin da quando fissava l’impronta delle mani sulle pareti delle caverne, ma di cui ha gradualmente smesso di servirsi. Sono sempre stati i nostri sensi a dirci chi siamo, cosa dobbiamo e possiamo fare.

L’uomo moderno ha sognato di sostituire i sensi che la natura ci ha donato con strumenti tecnologici, pronti a connettersi e a comunicare al suo bisogno o comando. Si è così realizzata la fantasia di collegare direttamente la mente umana al mondo, internet e i social network ne sono la prova più evidente, tagliando fuori il corpo, fardello ingombrante. Tuttavia ci stiamo accorgendo che il connettersi non può sostituirsi al sentire, e lo dimostrano le patologie psicologiche emergenti strettamente collegate al tema dell’immagine. Questa, prodotta da un televisore o da uno smartphone di ultima generazione, pur sapientemente predisposta, non ci darà mai la sicurezza prodotta dalle informazioni perfettamente organizzate per la nostra unica e irripetibile persona dai nostri unici e altrettanto irripetibili sensi, lascerà perciò sempre nel profondo una sensazione di approssimazione che non potrà che produrre ansia e altre forme di disorientamento psichico. Ne consegue che sicurezza personale, spontaneità e benessere non possono che nascere dall’armonica e continua comunicazione tra la personalità individuale e i nostri sensi, antiche e perfette centrali di informazione, comunicazione e relazione con gli altri e con il mondo.

L’uomo ha ormai a disposizione un enorme materiale, statistico, medico, psicologico, creativo, filosofico, sufficiente a capire che senza i sensi non va da nessuna parte, e soprattutto è profondamente infelice. Con l’utilizzo dei sensi l’uomo potrebbe riscoprire una nuova immagine di sé per incontrare l’altro in modo diverso e più felice, non condizionato dalle mode collettive ma ispirato da ciò che la persona sente veramente. Questo permetterebbe di vivere una vera esperienza sensoriale oltre che affettiva. Il senso del tatto svolgerebbe il suo compito di avanscoperta dell’altro e il senso della vista verrebbe impegnato a mettere a fuoco un’immagine nuova, non una ripetizione di modelli patinati o di pagine web. A questo punto il cuore sarebbe abbastanza caldo per provare un vero, personale piacere nell’ascoltare la voce dell’altro e i suoni della natura e del mondo. Con i sensi è così: più li si sperimenta, più aumenta l’energia e la voglia di sperimentarli insieme e in modo più profondo. Il ritorno del tatto, e di uno sguardo personale, non automatico o distratto, offrirebbero allora sufficiente audacia per osare il senso più proibito nella società che sopprime i sensi e allo stesso tempo guida più antica e sviluppata in tutto il regno animale: annusare, inspirare profondamente. Quando ricominceremo ad annusare il mondo, e ad annusarci, il gusto per la vita sarà già tornato, e con esso il vero benessere.

Quando storia, mito e leggende si fondono ogni anno nella patronale

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San Savino, vescovo di Spoleto alla fine del III secolo d.C., patrono che non ha mai conosciuto la città di Ivrea e che in essa è entrato circa seicento anni dopo la sua morte, Eporedia, città fondata dai Salassi, popolo di origine celtica, stabilitosi nel V secolo a.C. in Canavese, ed Epona, la grande giumenta, figlia di un uomo e di una giumenta, dea dei cavalli e dei muli, divinità di origine celtica, che prende posto tra gli dei della mitologia romana, si incontrano da moltissimi anni in questo luogo per dare vita ad una festa profondamente sentita dagli eporediesi, che unisce cristianesimo e paganesimo assumendo una valenza fortemente simbolica nell’anima della città che la ospita e nei suoi visitatori che, in gran numero, ogni anno intervengono. In quei giorni padrone della città diventa il cavallo, simbolo di Ivrea. Ma che cos’è un simbolo? Un simbolo è un’immagine o un oggetto che acquista il suo valore simbolico attraverso i significati e le emozioni che evoca in noi. È con questa idea di simbolo che occorre guardare alla festa equestre di San Savino. È nell’immagine simbolica del cavallo che si consolida il senso di appartenenza a questa città. L’attaccamento alla festa ad esso dedicata e la necessità di ripeterla ogni anno trova significato nel bisogno di ricordare le proprie origini e i propri antenati.

L’importanza della figura del cavallo è collettiva e transculturale, non riguarda solo Ivrea. Questa splendida creatura ha assunto nel corso dei secoli, in moltissime civiltà, un significato simbolico molto forte. I bellissimi cavalli bianchi sono sempre stati apprezzati, sia come cavalcature dei sovrani, sia per trainare in cielo i carri degli dèi. Oltre ai re e agli dèi, anche i messia e i profeti cavalcano simili creature, e sarà su di un cavallo bianco che il profeta Maometto tornerà la seconda volta. Sul frontone del Partenone sono raffigurati maestosi cavalli che trainano il carro del sole e quello della luna. Il cavallo nero è presagio di morte e viene ovunque considerato adatto ai funerali, per accompagnare le anime nell’Oltretomba. Il cavallo, dunque, ha anche un lato sinistro e catastrofico sottolineato, per esempio, nel libro dell’Apocalisse quando i primi quattro sigilli vengono rotti e in groppa a quattro cavalli appaiono i quattro cavalieri dell’apocalisse, che simboleggiano la guerra, la carestia, la peste, la morte. Il simbolismo equestre non si limita al regno celeste, si estende anche alla terra, al mondo sotterraneo e al mare. I cavalli che Poseidone sprona emergendo dalle onde sono le forze cosmiche che erompono dal caos primordiale dell’abisso. Domare e costringere queste forze al volere dell’uomo è un’allegoria della civilizzazione: il trionfo dell’intelligenza disciplinata e della determinazione sulle forze della natura. Il fatto che cavalieri eroici come San Giorgio combattano contro il drago montando a cavallo non fa che accentuare questa implicazione allegorica.

Tra la moltitudine di storie e di miti che parlano di cavalli, vogliamo ricordare una vicenda che vede protagonisti due celebri divinità greche, che come sapete, sono a noi estremamente care: Poseidone, il dio del mare e dei terremoti, donò il cavallo all’umanità, ma la saggia Atena consegnò all’uomo le briglie. Con questi doni l’uomo ha potuto convogliare a sé la potenza del cavallo e farlo suo alleato, tanto nelle occasioni infauste quanto in quelle di gioia, come la festa di San Savino.

Teseo e Arianna, il tradimento e la fiducia

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Il precedente articolo di InCentrum trattava l’argomento della vita e delle molteplici strade che ognuno di noi può decidere di intraprendere. Il mito raccontava di un filo, la vita degli uomini, che veniva tessuto da tre donne: la nascita, lo scorrere dei giorni e la morte. Anche in questo articolo parleremo di un filo. Un filo che segnerà la sorte di un giovane uomo e di una fanciulla, dei loro familiari e dei loro popoli e che racconterà di fiducia e di tradimento. Il giovane si chiama Teseo, è destinato a diventare il sovrano di Atene, lei si chiama Arianna ed è la figlia del re di Creta. Il filo che segna le loro vite è il filo che Arianna dona a Teseo per aiutarlo a uscire dal labirinto. Il racconto è comunemente noto. Ma cosa si nasconde dietro a questa vicenda?

Il Minotauro, figura mitologica con il corpo da uomo e la testa di toro, è rinchiuso in un labirinto sull’isola di Creta. La creatura si nutre solo di carne umana. È figlio di un tradimento.La moglie di Minosse, il re dell’isola, ha infatti tradito il marito con un toro e il Minotauro è il frutto di questa unione. Il re, quando vede nascere la creatura, decide di rinchiuderla in un labirinto fatto costruire appositamente, dal quale nessuno sarebbe potuto uscire. Né il Minotauro né le sue prede. Ogni anno, sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi, sono inviati all’interno del labirinto per saziare la fame della creatura.

Un giorno giunge a Creta, tra il gruppo di giovani che sarebbero stati sacrificati, Teseo, figlio del sovrano di Atene. Egli è intenzionato a uccidere il Minotauro, così da interrompere questi sacrifici umani di suoi giovani concittadini. Teseo chiede allora aiuto ad Arianna, figlia di Minosse e sorellastra del Minotauro, promettendo di sposarla se lo avesse aiutato a portare a termine il suo progetto. Arianna è perdutamente innamorata di Teseo e gli dona un gomitolo di filo da srotolare a mano a mano che si fosse inoltrato nel labirinto, così, una volta ucciso il Minotauro, avrebbe ritrovato la via di uscita.Teseo compie l’impresa e fa ritorno ad Atene portando con sé Arianna che lo segue, lasciando la sua famiglia e la sua terra. Tuttavia, sulla via del ritorno, sull’isola di Naxos, dove le navi di Teseo si sono fermate per la notte, l’uomo abbandona Arianna mentre lei sta dormendo. La mattina quando la donna si sveglia si accorge che accanto a sé non c’è Teseo, e neanche la nave e tutto l’equipaggio. Arianna è stata abbandonata a Naxos, piantata a Naxos, piantata in asso.

Arianna è una donna coraggiosa ed intelligente che per amore non esita ad abbandonare la propria famiglia e la propria patria. Anzi è disposta ad andare a vivere ad Atene, città nemica di Creta. Eppure cade nel tradimento di Teseo. Questo mito racconta di un susseguirsi di tradimenti, la moglie di Minosse tradisce suo marito con il toro, unione da cui nascerà il Minotauro, Arianna tradisce suo padre e suo fratello, il Minotauro, aiutando Teseo ad ucciderlo, Teseo rincorre il potere e tradisce Arianna, accecata dall’amore, abbandonandola nel suo viaggio di ritorno ad Atene.

La vicenda appena raccontata, così come tutti i miti, si presta a molteplici letture e interpretazioni. Ci piacerebbe focalizzare l’attenzione sul tema del tradimento e della fiducia. Non esiste fiducia senza la possibilità del tradimento. Possiamo essere traditi laddove ci fidiamo davvero, ossia nei rapporti più intimi: fratelli, amanti, mogli, mariti, figli, genitori, non dai nemici, non dagli estranei. Più grandi sono l’amore e la lealtà, il coinvolgimento e l’impegno, più grande è il tradimento. La fiducia ha dentro il seme del tradimento. La fiducia e la possibilità di tradimento fanno la loro comparsa nel mondo nel medesimo istante. Ovunque in una unione esiste fiducia, il rischio del tradimento diventa una possibilità reale.

È l’individuo tradito a dover trovare il modo di risorgere, a dover fare un passo avanti dandosi da sé un’interpretazione dell’accaduto. Questa è potenzialmente un’esperienza di vita creativa, che può offrire spazio al cambiamento e a una nuova progettazione di sé con l’attivazione di nuovi ruoli. Arianna, dopo essere stata abbandonata a Naxos e aver trascorso piangente giorni lunghissimi, si dà la possibilità di una nuova vita. Arianna piange tutte le proprie lacrime. Ogni individuo tradito deve passare attraverso un processo di morte e rinascita per poter ritrovare la propria anima. Al culmine del pianto e della disperazione viene salvata da Dioniso, che la prende in moglie. Il dio le regala un diadema che, tramutato in costellazione, brillerà in eterno nel cielo.

 

 

 

È un dio sopra di noi che decide la nostra vita oppure tutto si riduce al Caso?

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Che cos’è il Destino? È un dio sopra di noi che decide la nostra vita oppure tutto si riduce al Caso?

Noi di InCentrum riponiamo fiducia nella sapienza degli antichi Greci, dove affondano le radici della nostra cultura e dove spesso si trovano, nella mitologia e nella sua interpretazione, le risposte ai quesiti profondi sulla natura e sull’esistenza generalmente intesa. Cosa credevano dunque i Greci a proposito del Destino? Per gli antichi Greci il Destino era una certezza. Nulla si poteva fare per modificare ciò che era stato scelto fin dall’inizio. Si poteva solo decidere di vivere rispettando al meglio i propri valori, mostrando a sé e agli altri le proprie ricchezze e capacità.

Il mito narra di Er, figlio di Armenio,soldato valoroso morto in battaglia. Il suo corpo, raccolto e portato sul rogo mentre stava per essere arso, si ridestò dal sonno mortale.Egli al suo risveglio raccontò quello che aveva visto nell’aldilà. La sua anima, appena uscita dal corpo, si è unita a molte altre edè arrivata in un luogo divino dove i giudici delle anime pongono sul petto dei giusti e sulle spalle dei malvagi la sentenza, ordinando ai primi di salire al cielo e agli altri di andare sottoterra. Chi in vita ha commesso ingiustizie è punito con una pena dieci volte superiore al male commesso, mentre le buone azioni sono premiate nella stessa misura. Tutti i castighi inflitti sono temporanei e dopo mille anni le anime si incamminano per tornare sulla terra. Queste percorrono a piedi un’ampia pianura finché non giungono in vista di un arcobaleno e di un fuso sospeso. Lì, le anime si trovano di fronte ad una madre con le sue tre figlie. Sono Ananke e le tre Moire. Ananke è la Necessità, l’antico decreto degli dei. Una figura violenta, inesorabile, che non dà tregua. È la forza avversa, è l’impossibilità che qualcosa sia diversamente da come è. Essa esiste da sempre, fin dalla notte dei tempi. Non ha volto, è un essere incorporeo, le cui estensioni, come braccia immensamente lunghe racchiudono e contengono tutto. Chi ha un volto sono invece le sue tre figlie, che hanno il compito di eseguire il volere di Ananke. Di bianco vestite, siedono in cerchio su tre troni a uguale distanza e tessono un fuso. Vicino giace la loro madre che assiste al loro operato. Le Moire filano i giorni della vita degli uomini. Cloto, regge il filo della vita, che viene poi misurato da Lachesi che dispensa la sorte avvolgendo al fuso il filo; infine l’inesorabile Atropo, la maggiore tra le sorelle, con in mano le forbici taglia il filo della vita, determinando il momento irrevocabile della morte.Le tre Moire decidono la nascita, il corso della vita e il momento della morte. Le anime si trovano tutte in fila, di fronte al fuso sospeso di Ananke e alle sue tre figlie. Lachesi, la prima delle sorelle, parla: “Anime, che vivete solo un giorno, comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte. Scegliete la vita che più vi piace. Siete liberi di scegliere ogni tipologia di vita.La responsabilità è di chi sceglie. Gli dèi non sono responsabili.” Le anime devono scegliere chi vogliono diventare nella vita: un animale, un uomo, una donna, un pastore, un tiranno, un eroe, un pescatore… poi le tre sorelle tessono il filo della vita scelta dall’anima; Ananke è segnata.Infine le anime proseguono il loro cammino finché in una pianura bevono da una fonte l’acqua dell’oblio, si addormentano e vengono lanciate nell’avventura del nascere.

Le anime scelgono quindi la loro vita, Ananke segna il loro Destino. La lunghezza del filo che esse concedono a un mortale dipende esclusivamente da loro. Nessuno può opporsi a ciò. Né Zeus, né gli altri dèi possono modificare il volere di Ananke, ciò che è necessario avviene. La vita stessa degli dèi è soggetta al suo volere. E tutti gli dèi, nonostante i loro poteri,sono tenuti alla sua obbedienza, in quanto Ananke garantisce l’ordine dell’universo. Si può solo accettare la scelta che è stata fatta dalla nostra anima accogliendone le conseguenze del suo Destino vivendolo al meglio delle possibilità che ci sono state concesse, o meglio che abbiamo scelto e che scegliamo quotidianamente lungo il percorso che chiamiamo Vita. Perché tutte le volte che ci troviamo nell’obbligo di affrontare una scelta, quando siamo in prossimità di un bivio, ricordiamoci che lì, in quel momento, abbiamo di fronte a noi Ananke e le tre Moire, lì stiamo decidendo il nostro Destino.

Il lutto: la possibilità di accettare una perdita.

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Il lutto è definibile come uno:

… stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno, come la morte di una persona, la separazione geografica, l’abbandono di un luogo, o interno, come il chiudersi di una prospettiva, la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale e simili (Galimberti, 1999).

La sofferenza che proviamo dal distacco e dal cambiamento è direttamente proporzionale all’intensità del legame che sentiamo verso l’oggetto esterno o interno. Questa sofferenza si può manifestare attraverso differenti sintomi e segnali; vi possono essere difficoltà di concentrazione, stati confusionali, disorientamento, pensieri negativi ricorrenti.
Le emozioni predominanti possono essere: paura, rabbia, solitudine, tristezza, disperazione. Sono frequenti diminuzione dell’energia, dolori muscolari, sintomi somatici d’ansia (tachicardia, vertigini, cefalea, ecc.), disturbi del sonno, disturbi del comportamento alimentare, dipendenza dagli altri.

Secondo la teoria di Kübler Ross l’elaborazione del lutto consiste in un processo che si sviluppa attraverso 5 fasi. Queste non seguono un ordine predefinito, ma possono presentarsi con differenti tempistiche, alternanze, intensità.

Negazione/rifiuto: shock e stordimento per la perdita;

Rabbia (verso il destino, il mondo, gli altri): necessità di direzionare il dolore e la sofferenza esternamente (forza superiore, dottori, società…) o internamente (sensi di colpa);

Contrattazione/patteggiamento: speranza di ritornare alla condizione precedente;

Depressione: profonda tristezza e dolore per la realtà e l’irrimediabilità dell’evento;

Accettazione: costituita dalla totale elaborazione della perdita e dall’accettazione della differente condizione di vita. Riorganizzazione e ritorno alla vita conservando i ricordi, senza che questo determini un dolore insopportabile.

Cosa può fare lo psicologo?

Egli permette alla persona di riconoscere, condividere e accettare il lutto. Il sostegno di uno psicologo garantisce l’elaborazione del lutto in tempi brevi, aiuta a sentire la sofferenza senza paura e a dare un senso alla Vita.

Il rapporto tra fratelli e sorelle, una ricchezza o una fatica?

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Nella pratica clinica, quella che quotidianamente affrontiamo nel nostro studio di psicoterapia InCentrum, siamo soliti occuparci delle storie di vita di numerose persone. Ogni storia è diversa da tutte le altre, vi sono però tematiche che tornano in ogni storia. Significa che alcune tematiche sono individuali e altre collettive. Alcune hanno connessioni specifiche con la contemporaneità. Altre sono, invece, più universali, cioè non sono specifiche di un tempo storico particolare e sono riscontrabili nel passato, nel presente e nel futuro della storia dell’umanità. In questo caso ci troviamo di fronte a situazioni di richiamo mitologico.

Tra gli argomenti più ricorrenti vi è certamente quello relativo al rapporto tra fratelli in età adulta. La Psicologia, attraverso i suoi studi, si è per lo più fermata sull’importanza di tale relazione nelle varie fasi dello sviluppo evolutivo del bambino fino all’adolescenza. Ma i fratelli crescono e diventano adulti. E così il rapporto di due bambini si trasforma nella relazione tra due persone mature. Come prosegue la relazione quando non si vive più sotto lo stesso tetto? E quando ognuno si è creato a propria volta un’altra famiglia? Alcune persone descrivono legami quasi simbiotici, altre piuttosto conflittuali; si parla di supporto e aiuto reciproco, oppure di una competizione senza tregua. Insomma sembra difficile capire in base a cosa il rapporto con il proprio fratello o sorella si trasformi in una ricchezza o in una fatica. Il fratello rappresenta un costante confronto con una persona vicino a noi, ma dall’altra parte anche molto diversa rispetto a noi. La personalità di un fratello o una sorella può essere molto lontana dalla nostra, i modi di comunicare differenti, la maniera di esprimersi diversa, l’espressione delle emozioni e il suo vissuto possono essere distanti dai nostri. Anche questa volta i racconti mitologici possono aiutarci. Perché occorre ricordare che il mito ci illustra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sempre sarà. Chi sono i fratelli nella mitologia e quali rapporti hanno tra di loro? Abbiamo scelto due coppie di fratelli che crediamo possano rappresentare le storie di vita di molti. In quale vi riconoscete?

Apollo e Artemide. Fratello e sorella. Figli di Zeus e Latona. Apollo è il dio del sole e tutti i giorni attraversa il cielo con il suo carro trainato da cavalli, dall’alba la tramonto. Artemide è la personificazione della luna crescente. In cielo non si incontrano mai. Sempre muniti di arco e frecce, sono entrambi due arcieri. La morte improvvisa degli uomini è attribuita alla freccia di Apollo, quella delle donne è opera di Artemide. Apollo punisce comandando il contagio e la morte; Artemide ha la facoltà di curare i malati. Fratelli molto simili eppure così diversi. Sono due poli opposti. Inoltre Artemide, la dea vergine e cacciatrice, rappresenta il femminile ed è fortemente androgina. Così come Apollo risulta per certi versi piuttosto femmineo. Sono le due parti di un intero? Rappresentano forse l’altro genere necessario allo sviluppo completo dell’essere?

E poi vi sono Castore e Polluce. La loro madre Leda genera due uova. Da un uovo nascono Polluce ed Elena, il cui padre è Zeus; dall’altro Castore e Clitennestra, figli di Tindaro, re di Sparta. I primi sono immortali, i secondi umani. Castore diventa un forte pugile, mentre Polluce un indomabile guerriero. Castore e Polluce crescono molto legati. I due fratelli un giorno sono coinvolti in una lite durante la quale Castore rimane ucciso e mandato negli inferi. Zeus arriva in soccorso dei figli e dopo aver vendicato la morte di Castore propone a Polluce, ferito, di salire in cielo nell’Olimpo con lui. Ma Polluce, non vuole separarsi dal fratello e chiede al padre degli dei di poter donare la propria immortalità a Castore oppure di raggiungerlo egli stesso nell’Ade, il regno dei morti. Zeus decide dunque che da quel momento i due trascorreranno l’eternità insieme, un giorno nell’Ade e uno nell’Olimpo e pone in cielo le due nobili anime. Nelle notti stellate, se alzate lo sguardo vedrete Castore al fianco di Polluce, abbracciati, nella costellazione dei Gemelli.

La battaglia delle arance: Ares al fianco degli eporediesi a combattere per amare la bellezza della pace

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Ares, annoverato fra i grandi dei dell’Olimpo, è figlio di Zeus ed Era ed è considerato il dio per eccellenza della guerra. Egli gode dello scontro presente in ogni battaglia. Si preoccupa poco della bontà della causa che sostiene uno schieramento o l’altro, non è leale e quando è sazio del sangue versato lascia il combattimento così repentinamente come lo ha raggiunto. È il simbolo della guerra vista nel suo momento caotico, fatto di semplice aggressività, di forza assoluta e bruta. Il carnevale di Ivrea nella sua caratteristica battaglia delle arance richiama Ares in tutto ciò che contraddistingue questo dio, e lo fa da sempre e nell’inconsapevolezza dei suoi partecipanti. Ares è tra noi eporediesi, è al nostro fianco durante i tre giorni della battaglia ed è in compagnia dei suoi demoni che gli servono da scudieri, in particolare Deimos e Fobos (il Timore e il Terrore), che sono suoi figli. Talvolta sono anche presenti Polemos, il demone della guerra e sua figlia Alalà, personificazione dell’urlo in battaglia. Ares ha una statura sovrumana, emette grida terribili e di solito combatte a piedi, ma lo si vede anche su un carro tirato da due o quattro cavalli. Abita in Tracia, un paese semiselvaggio, dal clima rude, ricco di cavalli e percorso da popolazioni guerriere. Una volta all’anno si trasferisce ad Ivrea e prende parte, armato di urla spaventose e di arance dal succo color rosso sangue, alla battaglia che più lo diverte e attrae fra tutte. Dopo più di duecento anni di partecipazione ininterrotta, Ares è da considerarsi l’arancere più esperto e appassionato che il nostro carnevale abbia mai avuto. Egli è certamente presente in ogni piazza dove si svolge il lancio delle arance e combatte al fianco di ogni arancere. Ares è il dio della guerra ma è anche marito e amante di Afrodite la dea dell’amore e della bellezza. Ama cioè il bello nella sua manifestazione più alta e fra le braccia di Afrodite egli si calma e disarma, trovando la pace, l’opposto che lo completa. Ecco che Ivrea attraverso il suo carnevale diventa per Ares una perfetta congiunzione delle due cose che ama di più, la battaglia e la bellezza. “Ivrea la bella”, decantata dal poeta, diventa ancora più bella durante i giorni della battaglia delle arance. Ares a Ivrea trova la guerra ma trova anche la pace. Perché la battaglia delle arance è una battaglia speciale, è una battaglia che unisce una città intera, è un evento che ritualizza uno scontro che rende ogni singolo eporediese fiero dell’appartenenza alla propria città. Il nostro carnevale è un momento carico di forti emozioni, è un avvenimento di guerra, di pace e di rispetto delle tradizioni. È la sperimentazione della guerra che richiama fortemente il desiderio di quiete. La rivisitazione in chiave simbolica di uno scontro avvenuto in un’epoca lontana che rende gli eporediesi consapevoli della propria storia. La battaglia delle arance è il richiamo alla memoria che il potere del combattimento ritualizzato e realmente riprodotto con le arance, che lasciano la città sommersa dal succo color del sangue, sa comunicare in modo forte e chiaro. La battaglia delle arance, grazie alla partecipazione reale di Ares, aiuta gli abitanti di Ivrea a battagliare per amare la bellezza della pace.

Violetta, l’espressione eporediese della dea Atena

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“Una volta anticamente” un barone vessava il suo popolo con tasse e maltrattamenti obbligandolo al pagamento di un tributo in occasione del matrimonio. Quando i giovani sposi non avevano denaro per poter pagare la tassa il tiranno imponeva alle fanciulle di giacere con lui la prima notte di nozze, era lo “Ius Primae Noctis”. Violetta, la figlia di un mugnaio, è la promessa sposa del suo amato Toniotto. Anche lei deve sottostare all’obbligo di passare la sua prima notte di nozze con il tiranno. Ma decide di ribellarsi alla sorte che l’attende e di diventare l’eroina dei suoi concittadini.

Noi di InCentrum, che amiamo cercare negli individui e nelle loro vite la forza e l’energia che li spinge verso il loro essere, vediamo in questa vicenda, nel coraggio e nella forza femminile di Violetta, l’espressione della dea Atena. Atena è figlia di Metis e Zeus, simbolo di una perfetta ed equilibrata fusione di intelligenza e forza. Atena, la guerriera saggia, la dea della sapienza e della guerra, possiede in sé la sintesi delle qualità di chi l’ha generata. Possiede la forza e il potere del padre e l’intelligenza astuta della madre.

 

In principio quando vi fu una lotta per il predominio sul regno dell’Olimpo, Zeus riuscì ad ottenere il potere e a diventare il padre di tutti gli dèi grazie all’aiuto di Metis. Questa è la divinità che rappresenta l’intelligenza mobile, ondeggiante, capace di adeguarsi alla realtà e alle contingenze. La sua è un’intelligenza che non procede per schemi, ma che aggira l’ostacolo affrontando la realtà con fluidità, cogliendo il momento giusto e, talvolta, ingannando. Ottenuto il potere, Zeus, per tenere vicino a sé e dalla sua parte Metis, decise di sposarla e metterla incinta. Poi la inghiottì. Zeus divenne così pieno di Metis. L’intelligenza astuta finì tutta dentro di lui. Ma Metis era incinta, stava per diventare madre di Atena. La figlia di Metis e di Zeus nacque dalla testa del padre, dalla parte del corpo dove risiede l’intelligenza. Atena, figlia prediletta di suo padre, nacque già adulta e armata.

 

Atena è con Violetta quando la giovane sposa decide di accettare la pretesa del feudatario e di recarsi al castello, dimora del tiranno. Atena dona a Violetta la furbizia nell’usare la forza altrui. Violetta si adegua alla realtà e alle contingenze del suo percorso di vita. Affronta l’ostacolo decidendo di incontrare il suo nemico. Deve recarsi al castello e accetta. Cade nella trappola per ingannare a sua volta. Finge di accettare l’infame pretesa del feudatario, e nasconde tra i suoi lunghi capelli un pugnale. Aspetta l’attimo giusto per colpire. Lo uccide con la risolutezza e l’audacia offertele da Atena. In questo modo salva se stessa e libera il suo popolo. Violetta è l’eroina che con l’energia di Atena diventa protettrice della sua città. Protegge Ivrea ei suoi abitanti dalla tirannia e dalle ingiustizie. Porta l’intelligenza che si contrappone vittoriosamente alla forza bruta del tiranno. Violetta infiamma i cuori dei suoi concittadini e li esalta accompagnandoli alla battaglia contro chi “mangia polpa ed ossa”. È la personificazione della vittoria. È grazie al suo gesto che è possibile la rivolta e la conseguente “vittoria popolana”.

Prima o poi si fanno i conti con il dio Pan

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Può accadere in ogni momento, quasi inspiegabilmente, senza un perché, a chiunque. Un giorno, uno qualsiasi, dopo aver svolto numerose faccende, mentre stiamo cercando di portarne a termine altre. Ecco che arriva! Iniziamo a sudare, il battito cardiaco accelera, il respiro si fa corto. Sentiamo le gambe diventare pesanti e la testa leggera. La vista si fa sfocata, facciamo difficoltà a respirare. Siamo combattuti tra il desiderio di fuggire e l’incapacità di muovere un passo. E tutto questo sembra non avere fine. Stiamo male, abbiamo paura. Siamo nel panico. Siamo di fronte al panico. Siamo di fronte a Pan, una divinità dell’antica Grecia non molto nota. Tutti gli volevano bene, ma il dio Pan non viveva sull’Olimpo, perché quando era nato tutti gli altri dèi erano rimasti inorriditi dalla bruttezza di quel bimbo con barba, corna e piedi di capra. Pan viveva tra la natura, i campi, le colline. Abitava tra gli uomini. Assecondava i piaceri, amava lo scherzo ma era anche molto rispettoso delle leggi della natura.Talvolta gridava.

È mezzogiorno, il sole è alto nel cielo, l’aria è calda e pesante, la natura rallenta. Gli animali vanno a cercare riparo nelle loro tane, gli uccelli sui rami degli alberi smettono di cantare e gli uomini riposano. Sono le ore più calde, è inutile procedere. È necessario sedersi, rilassarsi, guardarsi attorno. Riflettere, pensare, porsi domande. Che posto abbiamo su questo mondo? Qual è il nostro destino? Da dove veniamo e dove finiremo? Potremo mai tornare felici? E soprattutto, che cos’è la felicità? Poi, improvvisamente, risuona un grido acuto, stridulo e mostruoso. Qualcuno ha svegliato Pan. Alcuni uomini hanno sfidato un’importante regola della natura, il tempo del riposo. È stato violato l’ordine del cosmo che richiede il rispetto del ciclo temporale della natura. Pan ha risposto a tale inosservanza come solo lui sa fare, con un grido terrificante. E il terrore di Pan li ha presi. Si chiama panico. E dal panico non c’è scampo. Non si può tentare di avere la meglio. C’è un’unica possibilità nel panico. Ascoltarlo. Ascoltare il grido. Rallentare. Fermarsi. Chi nel panico saprà respirare, lasciando risuonare dentro di sé l’avvertimento mostruoso che lo ha atterrito, potrà salvarsi. Chi lo ascolterà si renderà conto di quanto ridicolo fosse il suo tentativo di lavorare, faticare, produrre, nell’ora che gli dèi hanno destinato alla contemplazione.

In quest’epoca segnata da ritmi sempre più veloci e frenetici è bene ricordare la lezione di Pan. Egli è un dio estremamente attuale, contemporaneo e necessario. Deve continuare a vivere. Ci ricorda che siamo parte della natura e che anche la nostra vita è scandita da momenti di azione e momenti di inazione. Questi ultimi rappresentano il tempo immoto, il tempo libero da ogni occupazione che non sia il ragionamento, la domanda, lo stupore di fronte alla natura che tutto tiene in sé. Perché è in questo tempo sospeso che si prende contatto con se stessi e che si può costruire il futuro riconoscendo e ascoltando i nostri talenti e desideri.

Il percorso terapeutico: una mappa per imparare ad orientarsi nella vita

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Quando un percorso terapeutico inizia?
Il percorso terapeutico inizia quando c’è un malessere oppure quando ci sono delle domande alle quali si vuole trovare una risposta. La persona può avere delle difficoltà lavorative, relazionali, sentimentali; oppure sentire un malessere che non si sa da dove arrivi e soprattutto come fare a farlo andare via. Può capitare che l’individuo decida di contattare uno psicologo al manifestarsi di sintomi psicosomatici: espressione di un malessere emotivo che non è stato ascoltato. Queste sono le condizioni più frequenti che precedono l’avvio di un percorso terapeutico, ma ciò che è altrettanto necessario per procedere con la terapia è l’instaurarsi di una relazione tra paziente e terapeuta. Il paziente per poter iniziare e proseguire con la terapia deve mettersi in gioco, deve fidarsi e affidarsi al terapeuta. È certamente difficile affidarsi e raccontarsi ma, come ogni sfida che accade nella nostra vita, la chiave sta nel nostro coraggio.

Cosa accade nello studio dello psicologo durante un percorso terapeutico?
Lo studio dello psicologo è un luogo di condivisione e di crescita basato su ciò che le persone al suo interno saranno in grado di trasmettere l’un l’altro. Lo psicologo non ha la risposta ai problemi o alle sofferenze. Lo psicologo è un professionista che è disposto ad entrare in relazione con le sofferenze ed i disagi soprattutto emotivi di chi gli chiederà aiuto. Per questo motivo, la relazione tra paziente e terapeuta è una relazione autentica che si basa sul qui e ora e sui sentimenti percepiti, sia quelli del paziente, sia quelli del terapeuta.
Chi soffre comprenderà nel corso della terapia che egli ha, in qualche modo, un’implicazione soggettiva sulla sua sofferenza. I suoi disagi non sono ascrivibili totalmente alla sfortuna o al caso, ma l’individuo stesso ne è in parte causa e quindi il cambiamento e la risoluzione dei problemi dipendono anche dal paziente. La relazione che si instaura con il terapeuta permette al paziente quella necessaria fiducia che lo porta a mettersi in gioco, a portar fuori i suoi limiti e le sue debolezze senza la paura di essere giudicato, attaccato, abbandonato.

Qual è il fine di un percorso terapeutico?
Ogni terapia si adatta alla persona e alle sue necessità, tuttavia si può affermare che un percorso psicoterapeutico ha l’obiettivo di generare cambiamento. Tuttavia per poter modificare qualcosa bisogna tenere tra le mani quella cosa, bisogna osservarla, bisogna sentirla. Stare con i propri sentimenti, positivi o negativi, piacevoli o spiacevoli, è un modo efficace per renderli utili, per capire cosa li ha provocati e cosa hanno di importante da dire. Questo è ciò che accade in psicoterapia.
Quando si parla di cambiamento si intende un aumento di consapevolezza, che potrà portare ad un cambiamento concreto di alcune relazioni e situazioni della nostra vita, ma che potrà anche portare alla decisione di non volere un cambiamento concreto e di accettare invece la realtà così com’è.
Lo psicologo ha il compito di guidare i suoi pazienti verso un approccio nuovo e diverso di guardare e vivere la realtà. Diventare consapevole delle diverse possibilità che si hanno per affrontare certe circostanze è uno strumento essenziale per guardare più sinceramente sé stessi e chi ci sta accanto. La psicoterapia potrà portare ad avere – e quindi ad usare – nuove mappe per orientarsi, spostarsi in un modo non sperimentato prima nelle relazioni con gli altri, interpretando in modi differenti ciò che accade.